Paroline magiche

Prime riflessioni da Leicester, anzi no, prima di tutto le riflessioni sul week end a Londra, poi torno a Leicester.
Londra è piena di italiani, dico sul serio, nel giro di 4 anni il numero di connazionali che si incontrano per strada è sensibilmente aumentato, ci é capitato piú volte di essere in un ristorante e sentire parlare solo italiano. Se volete imparare l’inglese, non scegliete Londra. Mi domando se siano tutti emigrati, non credo, molti avevano la faccia e il simpatico(?) atteggiamento dell’italiano in vacanza in UK. Io vi detesto, voi che ci venite in vacanza e appena atterrate mettete su quell’espressione ‘dio che schifo gli Inglesi e l’Inghilterra’. Ma che ci venite a fare? Siete qui per 3 o 4 giorni e vi manca il bidet, la pasta, il cappuccino sotto casa, la pizza e il mandolino? riconoscete una cosa e risparmiatevi la fatica: non siete viaggiatori, non venite in vacanza in UK. Dico davvero, perché lo fate? per poter dire che ci siete stati? non é obbligatorio, andate altrove. Oltretutto Londra non é la meta europea piú economica che mi venga in mente; non eravate tutti con le pezze al culo per colpa di Monti e l’IMU? Io non vi capisco.
Poi ci sono gli immigrati, come me, come noi. Sembreremmo essere molti, spero che tutti voi lá fuori apprezziate la patria adottiva come doveroso, dopo averne riconosciuti i difetti,  se non vi piace, aria, il mondo é grande.

Infine, prima che mi dimentichi, una cosa la dovete proprio imparare, immigrati e turisti: usate ‘please’ e ‘thank you’, sempre, ogni volta che aprite bocca, e non dico per dire. E’ la forma di educazione base e per inciso: dovreste farlo anche in Italia. ‘Grazie’ e ‘per favore’ non sono mai sottointesi in UK, si devono dire, sempre, che vi costa?

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I medici che vuoi, se proprio devi

Premessa.
Circa 6 anni fa mio nonno inizia a non stare bene, dopo mesi di esami competenti medici scoprono la causa dei suoi pesanti sintomi. Tumore, incurabile. L’unica cosa che si puó fare sono alcune terapie che gli garantiranno una primavera e un’estate dignitose prima del crollo. Circa un’anno dopo la diagnosi mio nonno ci lascia. Gli ultimi tre mesi li trascorre ricoverato in un’ospedale di Brescia (Poliambulanza). I suoi figli, tra cui mia mamma, passano ogni minuto possibile con lui, rispettando gli orari e le indicazioni del fantastico personale ospedaliero.

Adesso.
Alcune settimane fa i miei genitori sono di nuovo un quello stesso ospedale, stesso reparto, day hospital, stesso primario. Mio padre deve fare un’esame, di quelli poco piacevoli e complicati. Mamma é con lui visto che dopo l’esame non gli é permesso guidare. Aspettano il turno in sala d’attesa. Il primario passa, vede mia mamma, rallenta e senza un dubbio solo sbotta: “Signora N, cosa ci fa qui?”
Mia mamma lo aveva riconosciuto ma educatamente se ne stava tranquilla, lasciandogli fare il suo lavoro, si sorprende: dopo 5 anni e alcune centinaia (migliaia?) di pazienti, si ricorda ancora il nome? Gli spiega che é lí per una visita con mio padre. Il primario chiede a mio padre il cognome, controlla l’elenco e lo rassicura con un sorridente: ‘Ci penso io. Facciamo l’esame e poi se é il caso ci preoccupiamo’. Evidentemente l’espressione di mio padre traspirava puro terrore.
Dopo l’esame il primario convoca mio padre e mia mamma per l’esito: negativo, nel senso che non c’é niente che non va, solo l’etá che provoca certi disturbi. Seguono rassicurazioni e raccomandazioni generiche, chiacchiere sui figli, ringraziamenti e saluti.
I miei tornano a casa sereni per l’esito, ma c’é altro. Tornano a casa con in testa il pensiero magnifico che esistono ancora persone cosí, che amano fare il proprio lavoro, che senza entrare in empatia con i pazienti, cosa pericolosa e certo non professionale, sanno peró rassicurare, curare, a volte guarire; ma soprattutto sanno ancora prendere per mano il paziente che si trovano di fronte, sanno guidarlo verso la buona o la brutta notizia, ricordano il nome e il viso dopo 5 anni e centinaia di pazienti.

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Trasloco #1

Prima giornata di scatoloni spostati e firma contratto nuovo appartamento. E’ andato tutto bene, nessun intoppo particolare se si esclude una coda infinita sulla via del ritorno causa lungo week end di vacanza nel Regno.

Le poche ore trascorse nel nuovo appartamento sono bastate per:

  • conoscere l’idraulico di chiare origini indiane (nel senso di continente e non Stato) che é passato a cambiare il termostato e controllare la caldaia
  • conoscere il proprietario di casa e la di lui (ben piú giovane) moglie. Nonostate tutto sia gestito da un’efficente agenzia, lui da buon pensionato non é riuscito a resistere alla tentazione di conoscere i nuovi inquilini. Ci hanno fatto una buona impressione, gentili e premurosi; lui é il mio target: over 60, very british, ex professore universitario in pensione … questi tizi non mi resistono, mai!
  • amare il bagno con finestra, grande finestra! in UK negli appartamenti piccoli é una raritá averne una. Ci vedo giá una bella orchidea su quel davanzale interno.
  • conoscere il vecchino del piano di sopra, che s’é fatto un paiolo dei fatti nostri mentre il Disaster cercava di scaricare le prime scatole piene di libri e DVD, e poi ci ha decantato il quartiere in lungo e largo
  • amare la camera da letto e la sua tenda oscurante! in UK non esistono tapparelle o ante esterne, si usano le tende. Il problema é quando il padrone di casa monta delle tende non oscuranti e tra maggio e ottobre ci si sveglia alle 4 del mattino causa luce (casa attuale)
  • vedere le bambine/ragazzine del vicino istituto islamico uscire di scuola. Quasi tutte con il velo sui capelli, e notare la bellezza di alcuni di quei veli. Mi hanno fatto una bella impressione, non so spiegarvi perché, forse semplicemente a volte ‘diverso’ é bello ed affascinante. Oppure é solo il mio inguaribile ottimismo.

Arriveranno le cose noiose e negative, il vicino troppo ficcanaso, quello rumoroso e quello che non sopporta noi. Per il momento si ignora il fatto che accadranno e ci si gode la novitá.

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Come ci vediamo, come ci vedono

via SmillaBlomma.

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Alcuni ci riescono

Cose belle che succedono in un Parlamento dall’altra parte del mondo, letteralmente.

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E’ la campagna, bellezza!

Questa va raccontata, mettetevi comodi.

Domenica sera io e Disaster ceniamo; poi ci si vede un thriller con Al Pacino, niente di memorabile, ma sempre di Al Pacino parliamo.
Intorno a mezzanotte il film é finito. Sosta bagno e Disaster si infila sotto le coperte per primo, io lo raggiungo o meglio tento di raggiungerlo. Esco dal bagno nella mia tenuta notturna e metto un piede in camera da letto. A quel punto una piccola sagoma scura si materializza a mezzo metro dai miei piedi nudi, mi vede, fa retromarcia e scappa via a razzo verso l’armadio a muro della camera. Faccio un saltino di sorpresa e mi inchiodo, secondo un copine da film. Disaster mi guarda stranito da sopra il libro che sta leggendo.
“Tesoro non so cos’é, ma abbiamo ospiti, scarrafone gigante o piccolo topo …” Lí per lí non sapevo cosa scegliere.

Usciamo dalla stanza, chiudendo la porta, ci rivestiamo, infiliamo un paio di scarpe e decidiamo cosa fare. Prima di tutto scoprire se l’invasore é mammifero o insetto. Disaster apre la porta con cautela e la richiude di scatto, io noto riflessi da competizione.
“Cara mia, é un topo!”
“Oh …”
Decidiamo il piano d’attacco, chiudiamo le altre porte per evitare che il topastro passi dalla camera alla cucina o al bagno, e spalanchiamo la porta d’ingresso come unica via di uscita per l’ospite indesiderato.
Tentiamo di riaprire la porta … la porta si é bloccata, causa un difetto della serratura, impossibile da aprire senza la chiave, chiave che non abbiamo mai avuto. Forse ricorderete quest’altra avventura nottura.

La situazione é dunque la seguente: siamo nel cuore della notte con un topo di campagna nella nostra camera da letto, noi semisvestiti chiusi fuori dalla camera stessa. Interessante.
Disaster si traveste da scassinatore e con un foglio di plastica rigida riesce a scassinare la serratura. Sono molto impressionata, roba da 007, ma il topastro e la sua eliminazione hanno la precedenza nei miei pensieri.
Vi accorcio la faccenda, ma per vostra informazione sappiate che se non avete la moquette per terra e se non possedete un cuore, la soluzione migliore é spiaccicare in qualche modo l’essere invasore e farla finita in 3 minuti netti. Infatti cercare di catturare il topastro é stata un’esperienza … lunga e tediosa. Alla fine Disaster é riuscito a incastrarlo in una scatola da scarpe e io l’ho liberato in giardino. Il tutto ci ha preso un’oretta e molte madonne; con il risultato che all’una di notte avevamo: la camera sostanzialmente smontata, l’armadio a muro svuotato dei vestiti, la cassettiera in mezzo alla stanza, il letto sommerso di cose e un risolino isterico sulla mia faccia.

Alle due eravamo ancora svegli, pieni di adrenalina, Disaster smontava e rimontava la serratura e le maniglia della camera dopo aver aggiustato il difetto che blocca la porta se per sbaglio la si chiude con un filo di energia. Io nel mentre sistemavo tutti i vestiti sul pavimento del soggiorno per una prima selezione e programmazione dei lavaggi nei giorni a venire. Del resto stiamo traslocando: l’armadio mi toccava vuotarlo comunque, no?

Ci rideremo su, tra un pochino.

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Picnic basket, always!

Giorni fa una collega in ufficio dopo una telefonata particolarmente intricata con una collega non proprio collaborativa sbotta:

“Onestly, I think she is one sandwich short of her picnic basket!” (Le manca un sandwich nel cestino da picnic)

Chiedo spiegazioni non essendo sicura di aver capito. Il significato é quello che sospettavo: é l’equivalente inglese di “le manca un venerdí/rotella”.
A me il fatto che ci hanno messo il cestino da picnic é sembrato molto ma molto inglese, e se avete mai visto un vero picnic inglese sapete a cosa mi riferisco.
Questo meraviglioso, talvolta irritante popolo!

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